Oriente Occidente e l’accessibilità culturale che ci meritiamo

Oriente Occidente e l’accessibilità culturale che ci meritiamo

Passare 72 ore ad un dance festival suona un po’ strano se si è in carrozzina. Non per me. Chi dice che una persona eternamente seduta non possa ballare o semplicemente amare l’arte della danza? iniziamo da qui a cambiare la percezione della forma delle cose, uscendo dalle classiche abitudini mentali. Qui non vi parlerò di danza in senso tecnico, ma di come eventi di questo calibro possano contribuire a riscrivere un vademecum accogliente per tutti.

A Rovereto, nella prima parte del mese di settembre, da 41 anni c’è un dance festival chiamato “Oriente occidente”: 10 giorni di eventi sul mondo della danza contemporanea. Credo che la parola chiave di questa realtà possa essere <<sperimentazione>>, nel significato più profondo, sia sul palco che nella platea. Come poli di un percorso ideale di scambi e incroci non solo tra culture, ma anche tra generi e linguaggi della scena contemporanea, “Oriente Occidente” è uno dei più importanti Festival europei di danza contemporanea e di teatrodanza.

Perché sono stata ad un dance festival?

Con la mia visita a Rovereto, attraverso i contenuti social e anche questo post, voglio mettere in risalto come un evento culturale debba legarsi con l’accessibilità e il fattore accoglienza accessibile. Non ci possiamo più permettere, anche culturalmente parlando, di fallire su questo tema.

Tra una piroetta e un cambio scena, la mia mente ha danzato tenendo l’occhio vigile anche sull’aspetto dell’accessibilità e devo dire che l’organizzazione del Festival non ha fallito. Smettiamo di pensare che un evento è accessibile solo quando sono abbattute le classiche barriere architettoniche. Un evento culturale è per tutti quando chiunque si siede in platea riesce a godere dello spettacolo. E qui, per la 1ª volta ho visto questa “attenzione”, che dovrebbe diventare prassi. Spettacoli di danza che possono essere seguiti anche da chi ha disabilità sensoriali: per le persone cieche grazie ad audio-guide, per le persone sorde indossando zainetti, comunemente, dedicati al gaming che permettono di <<subire la musica>> attraverso le vibrazioni sulla schiena. Sembrano banalità? questo Festival è pioniere italiano nell’inclusione culturale e dovrebbe diventare una matrice per esportare queste idee in tante altre realtà ancora miopi sulla questione accessibilità culturale.

A Oriente Occidente danzano tutti

A “Oriente Occidente” l’accessibilità è una cosa seria anche sul palco, uno dei pochi Festival in cui sono presenti anche molti professionisti della danza con disabilità, compagnie soprattutto internazionali che al loro interno hanno ballerini con disabilità. Usciamo dal ghetto “danza terapia” o affini, qui si parla di occupazione, di studio e di carriera itinerante.

Ph. Sara Melchiori

𝐒𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐛𝐢𝐭𝐮𝐚𝐭𝐢 𝐚𝐝 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐧𝐜𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐞𝐝𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢𝐬𝐭𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐝𝐢𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐚𝐥𝐢𝐫𝐞 𝐬𝐮 𝐮𝐧 𝐩𝐚𝐥𝐜𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐝𝐚𝐧𝐳𝐚𝐫𝐞? Non solo salirci, ma esibire una professionalità in un’arte che discrimina in modo prepotente già solo per il genere o l’orientamento, figuriamo per la fisicità fuori canone. E non è solo questione di stare su un palco, ma animarlo, renderlo possibile, contribuire a creare uno show pronto per un pubblico: non esistono solo gli attori, i performer o i ballerini, ma anche tutte quelle figure professionali che muovo la macchina di una scena. I coreografi, registi, light designer, costumisti, scenografi e tanti altri, di qualsiasi generalità. Sono quasi certa che la quasi totalità delle nostre menti risponda un secco <<no>>. Bisogna capire, anche quando vi sono questi professionisti, cosa esprimono o cosa vivono nel backstage: l’accessibilità del luogo detentore di cultura è quasi sempre un caos, non pronto né davanti, né dietro a tutto questo rinnovamento (che io continuo a chiamarlo normalità). 𝐔𝐧 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐝𝐢𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ (ad esempio) 𝐦𝐨𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐞̀ 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐥𝐞𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐬𝐞 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐜𝐚𝐫𝐫𝐨𝐳𝐳𝐢𝐧𝐚? Le modalità di espressione di un corpo, sia esso abile o meno abile, non può rimanere chiuso in una simbologia di rappresentanza strumentale: sei quella categoria lì perché sotto di te c’è quella carrozzina.Credo che in pochi pensino a tutto questo quando ci si gode uno spettacolo, ma se alla fine applaudiamo è grazie al contributo di tutti indistintamente anche in un Paese dove, svolgere queste professioni, è quasi un miraggio. Visitando il dance festival Oriente Occidente di Rovereto, ho assistito a spettacoli con palchi che hanno portato in luce professionisti con disabilità e se devo essere sincera, tra salti, spinte e figure di ballo, il mio cervello è andato a parare su cosa veramente possiamo recepire da questa “diversità”, non perché lo è, ma perché è così che ancora ce la immaginiamo.

Ph. Gabriela Carrizo
ph. Elena Andermarcher

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