Non cammino, ma so scappare

Non cammino, ma so scappare

Non cammino, ma so scappare, lo sto imparando a mie spese in questa pandemia e catene di lockdown.
È vero, non so camminare, ormai è chiaro a molti, forse non a tutti e devo essere onesta che ci ho fatto il callo per starci bene lo stesso. Certe volte sono così menefreghista su questo dettaglio, che quasi mi sento in colpa a viverla con così tanta frivolezza.

Ultimamente sono bravissima a scappare, mese dopo mese l’ho capito. Di norma, si pensa che una persona che non cammina, per muoversi debba ricorrere all’aiuto sempre di qualcuno e che il concetto di fuga non possa avverarsi, ma qui non sto parlando semplicemente di moto a luogo, ma di scappare anche solo mentalmente da situazioni e idee.
Questo non è un periodo semplice per nessuno, un insieme di giornate che fanno lo slalom tra “piani B”, edizioni straordinarie e post di chi dovrebbe tutelarci e invece alimenta un leggero senso di inquietudine.
Viviamo con un orecchio sintonizzato sul TG, l’altro che capta i chiacchiericci della gente che wanna be virologi, l’occhio sinistro legge fake news e l’altro guarda l’orizzonte cercando speranza di rimanere interi. Ad ogni DPCM è come se giocassero a Jenga con un pezzo del nostro corpo.
Bene, io ho capito di avere paura di questo nuovo ritmo, una paura trasversale che si infiltra tra i pilastri della mia vita: dalla famiglia, alla salute, dal lavoro agli affetti. È una paura che macchia e devo capire come ripulire questo casino.

Non cammino, ma so scappare

Ho paura di ammalarmi perché con tutto il mio squinternato strutturale, il Covid ci andrebbe a nozze, ma i miei polmoni meno, ma c’è anche il dato non secondario che si ammalino i miei genitori. Non so se è chiaro, ma qui, in questa casa, la squadra d’attacco è valida se la prestanza fisica è nel livello di guardia e ogni minimo cambiamento di ritmo fa crollare la torre: io dipendo fisicamente dai miei genitori e loro, in certi modi, dipendono da me per alcune gestioni. Forse sto raccontando banalità e arrivat* a questo punto mi stai urlando che “chiunque ha una paura fottuta di questo schifo di virus” e ti do ragione, ognuno guardando il proprio giardino, trova le erbacce che danno più fastidio, ma qui nessuno vuole fare una gara.

Questo periodo destabilizza le consapevolezze e riossigena pensieri che pensavo fossero spenti. Tornano i pensieri del passato, si riaprono i cancelli sulla mia infanzia non proprio da bambina spensierata, in altalena tra ospedali e una parvenza di vita normale di qualsiasi coetaneo.
Sono stata operata 13 volte, lo racconto anche nel mio libro “Un altro [d]anno“, e passavo mesi e mesi in ospedale lontano da casa. Come ogni bambino che viveva quell’esperienza, ero seguita da uno psicologo e mi ricordo come fosse ora, i disegni che facevo, dove l’unico colore predominante era il nero scarabocchio.
Da qualche mese ho un problema alla spalla, direi una cazzata, che però mi ha fatta ritornare in modo assiduo a varcare la porta dell’ospedale. Da sempre quando succede, anche per gli esami più banali, vivo male la cosa con un misto di panico e sudorazione fuori luogo, ma adesso si è aggiunta l’ansia e la paura del contagio e chissà cos’altro. Forse è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Mi sento come un alcolista che, dopo aver perso il vizio, gli bastano 2 dita di alcool per ubriacarsi.

Non cammino, ma so scappare

Le cicatrici sono tatuaggi che non scegliamo. Lo penso davvero, questa settimana più che mai: ho fallito, sono scappata da un appuntamento, ho rinunciato ad un esame. Sono scappata dalla risonanza magnetica, è mancato poco che gridassero al miracolo e mi vedessero uscire dalla sala correndo sulle mie gambe come il più moderno Lazzaro.
Ho pianto e chiesto consolazione alle infermiere, come la più piccola delle pazienti.
Ecco, questo strano periodo Covid-19 ha presentato il conto anche a me. Un pesante pagamento: non ho risolto quanto passato nella mia infanzia e ora l’ho capito.
Ora ho 2 possibilità: ragionare e metabolizzare, oppure rivolgermi ad uno psicologo per risolvere e la decisione spetta solo a me.
Seppure tutto questo mi spaventa e incide notevolmente sul mio benessere psicofisico, ho voglia e bisogno di sedermi ad un tavolo immaginario e conversare con tutto ciò che è rimasto aperto. Non è il ricordo a farmi male, è il non avere strumenti per gestirli e voglia di gallergiarci senza esserne la vera causa.
Forse risulterò “strana”, ma raccontare questo mattone mi aiuta a smussarne gli angoli e ad usarlo per l’inizio di costruire qualcosa di salutare: vorrei solo che quella bambina esistesse anche oggi, senza pennarello nero e con la voglia di rimanere senza scappare.

Imprenditrice di me stessa. Giornalista, donna...

Comments (2)

  • Ciao Valentina, già il voler “stare” senza pennarello nero… è un segnale positivo. Hai imboccato la strada giusta. Maturerai il desiderio di rimanere, e rifiutarai di scappare, perché avendo realizzato quale deve essere il tuo obbiettivo, significa che ti sei incamminata verso quel…traguardo…Che tu ci creda o meno, ti voglio bene e so che ce la farai. Ciao un un’abbraccio forte. ❤😘😘😘

    Luciana
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    • Sì, faccio finta di aver finito quel colore.

      Rispondi

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