Il nostro piccolo grande Amore…senza Baglioni

Il nostro piccolo grande Amore…senza Baglioni

E’ vero, della Tv butto poco o nulla, mi fa compagnia nel bene e nel male. Guardo praticamente tutto e mi porto a casa solo il meglio. Ora sono concentrata nel seguire il docu-reality di RealTime, “Il nostro piccolo grande amore”, sulla storia di vita di una coppia molto particolare, formata da BILL KLEIN e JENNIFER ARNOLD. I due, affetti da nanismo, sono alti poco più di un metro. Bill è un uomo d’affari che si occupa di forniture mediche e telemarketing; Jennifer è una neonatologa che ha appena terminato il corso di specializzazione all’Università di Pittsburgh. #teamDivano

il-nostro-piccolo-grande-amoreHo preso in mano questo post un sacco di volte, è una strada che scotta, sono molto combattuta perché il rischio di cadere nel banale o nel pietismo è molto facile e sapete che, invece, questo proprio non mi appartiene.
Premetto che non ho seguito il programma dalla 1° stagione, non volevo entrare in questo tunnel, sapevo già che non l’avrei digerita con occhi imparziali, ma sarei stata colta dagli occhi a cuore.
Ho cambiato idea sull’argomento più volte (e continuerò a farlo) perché, anche se banalmente, sembra un buon prodotto, c’è qualcosa che non mi convince.
I telespettatori sono sempre più alla ricerca di queste storie di diversità confezionate come storytelling, che finiscono per essere (è questo che appare) degli esempi di integrazione e di voglia di vivere, in un mondo troppo spesso facile ai pregiudizi e all’emarginazione.
Fin qui non fa una piega, ma cosa penso veramente? Nonostante viva quotidianamente una condizione simile ai protagonisti, fremevo dal vedere finalmente in tv l’argomento della vita di chi è diverso dalla massa, ma si sbagliano ancora i modi. Avrei preferito una situazione meno recintata, meno da ‘camp’, magari volendo abbattere questi confini, che io chiamerei muraglie. Mi sembra una specie di zoo o circo, dove si è spettatori della vita altrui, dove ci si permette di commentare, giudicare le azioni quotidiane con la banalità di chi le fa in modo automatico. Sarebbe stato un messaggio positivo un programma condotto da un presentatore disabile, magari perché no, il Festival di Sanremo, cioè un programma nazional-popolare che entra nelle case di tutti gli italiani, che faccia raggiungere il messaggio più esatto a tutta la massa. Perché un disabile deve sempre raccontarsi, rendersi appetibile, sventolare bandiere colorate e accendersi in testa lucine intermittenti? perché un disabile non può semplicemente essere una persona che produce un servizio, che lavora sia sul palco che dietro?

Il mio desiderio è che si parli di questo mondo, senza usare aggettivi possessivi [mio-tuo-nostro-vostro], che si metta a fuoco la vita altrui per trarne insegnamenti. Non è vero che questi programmi creano integrazione, forse integrano nella popolazione di Houston questa coppia perché ora famosa, ma tutti gli altri? continueranno la loro vita di sempre, di quelli col bollino blu in fronte, proprio come le banane.
Se i produttori volessero davvero rendere un servizio sociale, dovrebbero far uscire di più la famiglia, fuori dal recinto della loro casa protetta, farli tuffare in mezzo alla gente, agli altri bambini, a farci sentire i commenti sussurrati delle persone che li guardano con occhi interrogativi. Dovrebbero farci vedere i loro figli all’asilo in mezzo agli altri, ai commenti perfidi dei bambini che vedono la diversità. Questo sarebbe l’utilità del programma. Credetemi, essere disabile tra le 4 mura domestiche è facile tanto quanto bere un bicchiere d’acqua. Le barriere che ti fermano non sono quelle fisiche, sono quelle mentali dove per abbatterle devi faticare 10 volte di più, rispetto ad eliminare uno scalino di troppo.
Questo è tutto quello che vorrei e no, mi spiace, non posso accontentarmi di quello che vedo ora, perché lo sforzo da fare è minimo per raggiungere un livello che abbia un senso non esclusivamente commerciale.
Mi dispiace, ma non sono mai andata allo zoo, ne tantomeno al circo, sono per la libertà di vivere senza bollini e farò di tutto per far passare questo messaggio, mi trovate alla ‘voce fuori dal coro’ su Wikipedia. Sarà una specie di ‘crociata’, tanto quanto per voi perdere i 2 kg presi durante le feste 😉

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Imprenditrice di me stessa. Giornalista, donna...

Comments (6)

  • Hai ragione, argomento da prendere con le pinze perché come sempre, chi non vive in prima persona certe situazioni le può capire solo a metà (se è abbastanza sensibile). Ho visto il programma una sola volta, non mi ha preso e quindi l’ho mollato. Come dici tu, si possono mostrare scene parziali, ma la vita reale di chi ha piccole e grandi diversità resta sempre piena di problemi, accentuati dalla vita sociale che non è mai semplice se non possiedi una grossa presa di coscienza, di maturità e distacco, di forza emotiva, che magari ti viene con l’età, e fino ad allora sono solo sofferenze…parlo dell’autoaccettazione, uno scoglio difficilissimo da scavalcare.
    E mettere in scena tutto questo temo sia impossibile anche per il miglior regista, quindi facile cadere nella pura esposizione di una facciata.
    Valeria

  • Bravissima vale…hai scritto un ottimo articolo cercando di non farti prendere con gli occhi del cuore! Certo che purtroppo rimane sempre difficile riuscire a rimanere oggettivi e valutare bene tutto ciò che la tv ci propone!

  • Hai ragione Vale. Anche io sono dell’idea che non dovrebbero soffermarsi solo sui reality, ma andare oltre.
    Odio soprattutto tutti quelli che hanno dei pregiudizi sin dall’inizio, quelli che non si sforzano nemmeno di conoscerti perché loro sono già convinti di sapere come sei e cosa pensi. E questo è ancora più brutto e triste se si è fatto dai bambini. Giuro che se dovessi avere un figlio non lo lascerò mai, dico mai, giudicare qualcuno senza nemmeno conoscerlo. Come dici anche tu bisogna abbattere le barriere mentali!!!
    Buona serata, un abbraccio,
    Eni

    http://eniwherefashion.blogspot.it/

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  • Ciao Vale, ho letto i tuoi pensieri con grande attenzione e ammiro la tua analisi lucida della situazione. Mi chiedo se adesso, rivedendo il programma , quella famiglia non condivida i tuoi stessi pensieri, sentendosi strumentalizzata, quando magari il messaggio che volevano trasmettere era tutt’altro. Spero di non aver detto cazzate. Ti abbraccio e grazie per aver pubblicato questo post ps. credo che tu abbia accennato agli sguardi dei bambini perché è una reazione frequente: loro sono spontanei e veri, sta a noi genitori spiegare in modo altrettanto genuino che il mondo è bello perché è vario, parlando apertamente e senza tabù.

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  • Tocchi come sempre argomenti “difficili” con una scioltezza che ti invidio. Brava Vale, ti stimo moltissimo!

    Don’t Call Me Fashion Blogger
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  • Ieri sera ho provato a vedere questo programma. Non trovo un senso. Perchè probabilmente un senso non ce l’ha. Credo che programmi del genere che sottolineano le diversità senza dire nulla, solo per il gusto di vedere come si comporta il diverso e che non trasmettono un messaggio di normalità, siano davvero pericolosi. Un attentato alla cultura, una possibilita di impiego di tempo sprecata. Questo non vale solo per le persone come questi due ragazzi, ma lo intendo anche per gli omosessuali e per tanti altri settori che la societa discrimina.
    Spero di aver scritto bene perche sono su un eliscafo per la groenlandia.

    http://www.46cento.com

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