Festival di Sanremo|| mi siedo al Festival e ascolto
Festival di Sanremo

Festival di Sanremo|| mi siedo al Festival e ascolto

Puntuale come da un po’ di anni, ogni volta che c’è il Festival di Sanremo sono a casa ammalata e così diventa la mia compagnia tra commenti sui social e ascolti delle canzoni che so che mi rimarranno in testa per i prossimi mesi.

Ieri sera è andata in onda la 1° serata della 69° edizione di questo ennesimo Festival di Sanremo, seguita da oltre 10 milioni di telespettatori, un evento che divide sempre il parterre, più per la macchina festival che per la musica, che dovrebbe essere l’unica protagonista giudicata.

Pagelle per la conduzione, pagelle per gli outfit, pagelle delle pagelle di chi commenta, tweet al vetriolo, stories simpatiche, insomma un gran fermento mediatico dà il ritmo allo stare seduti sul proprio divano in questa settimana sanremese.
Se la conduzione l’ho trovata un po’ ingessata e improvvisata, sbrigativa come i 140 caratteri di un tweet, con Baglioni che vorrebbe cantare una propria canzone pure per annunciare che la puntata è finita, Bisio che non riesce a trovare la sua vena comica su quel palco che gli scivola sotto i piedi, meno male c’è Virginia Raffaele che meno imitatrice e più Virginia riesce a bilanciare la partita tra Lerch e Zio Fester di questa nuova Famiglia Addams, anche se tutti e 3 insieme legano come l’olio con l’acqua.

Sono stata nella platea del Festival qualche anno fa e mi ricordo che la cosa che mi ha colpito di più è tutto il lavoro che c’è dietro le telecamere per far funzionare quella macchina, che il teatro non è così enorme da come sembra in tv e che la scalinata che ogni anno toccava scendere agli artisti per raggiungere il microfono era un tentato omicidio alla discografia futura. Fortunatamente, passano gli anni, i femori si rompono, le protesi alle anche aumentano e in questa edizione hanno capito di abolire gli scalini: un Festival senza barriere architettoniche è quasi un Festival per tutti, se solo fossimo capaci tutti di cantare.
Così la musica rimane la protagonista di quei pochi metri quadri di luce abbracciata dall’orchestra che cerca di dare il meglio senza inebriarsi in mezzo ai fiori liguri, peraltro assenti questa volta. Anche in questa edizione l’amore trionfa (e non credo sia il 69 a portare fortuna): quello sudato, dei ritorni implorati, dei rapporti incatenati, meno protestato, ma a volte monotono.

Questa mattina mi sono svegliata canticchiando la canzone di Loredana Bertè “Cosa ti aspetti da me” e a parte l’invidia smisurata per le sue gambe, per la faccia tosta di indossare quella tinta di capelli, la sua canzone io me la immagino mentre ti guardi allo specchio di ritorno da una serata pesante o al semaforo rosso mentre sbatti i pugni sul volante perché, siamo oneste, gli altri ci capiscono sempre troppo poco.

Per la rubrica “Stranamore”, Francesco Renga ha inaugurato la gara con “Aspetto che torni” e non so perché in quelle parole ho riletto Ambra Angiolini, sarà che leggo troppi siti di gossip, ma mi piace pensare che attraverso una canzone si riesca a comunicare anche un amore che ha preso un’altra strada con un po’ di rimpianto. Pure Anna Tatangelo sulla stessa orma che se non sai che è lei che canta, la canzone può pure piacerti, sempre per il capito sfighe sussurate.
Salvo Arisa perché carica come una mina sembra uno scherzetto quando parla, ma quando attacca la musica deflagra le note in mille pezzi e il ritmo della sua “Mi sento bene” regge il gioco.

L’unica novità di questo Festival è aver aperto il palco alla musica indie o che la musica indie ha scelto questo nuovo canale: sul palco gli Zen Circus, gli Ex-Otago, Motta e Ghemon e io ho già la mia preferita.

Non mi vergogno: guardo il Festival di Sanremo, ho capito che è la mia dose di paracetamolo, ma l’anno prossimo scappo a Lourdes, che forse è meglio.

Imprenditrice di me stessa. Giornalista, donna...

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